Storia di Massa Lubrense

Breve storia di Massa Lubrense scritta da Luigi Sigismondi: dalle prime presenze in penisola all’era contemporanea.

Secondo gli antichi storici le suggestive coste del territorio lubrense, sede delle mitiche Sirene, da cui il primitivo toponimo di Sirenusion, videro il passaggio delle navi di Ulisse, che vi avrebbe fondato il famoso tempio di Athena.

Al di là della leggenda, i presunti aborigeni della zona furono due popoli di stirpe italica, gli Ausoni e gli Osci. Di questi ultimi si trova testimonianza in un’iscrizione scoperta pochi anni fa presso l’approdo orientale di Punta Campanella.

Con la formazione di una colonia greca, il nome stesso del tempio, Athenaion, passò a indicare tutta la punta estrema della penisola, che tuttavia conservò spiccati caratteri ellenistici anche in epoca romana, quando fu detta Promontorium Minervae, nome che appare sulla Tabula Peutingeriana (sec. IV), accanto alla prima rappresentazione grafica del tempio.

Solo nel I sec. dell’Impero Romano riuscì a imporsi l’elemento latino, con l’arrivo di eminenti patrizi venuti a trascorrervi ozi e villeggiatura in sontuose dimore.

In quei tempi non vi furono centri abitati di notevole importanza, ma è da ricordare la presenza di veterani di Augusto come assegnatari di pezzi di terra da coltivare. Intanto, prendevano corpo le prime aggregazioni sociali, che stentatamente creavano altre attività parallele a quelle agricole, pur restando queste ultime assolutamente preponderanti. Sorgevano i primi nuclei residenziali che in seguito diedero vita ai casali detti poi villaggi, e infine frazioni, che oggi, di certo molto più consistenti per estensione e per numero di abitanti, formano l’assetto socio-amministrativo del Comune.

Il nome di Massa compare dopo la breve dominazione longobarda (sec. VI), ma dovette passare del tempo per affermarsi definitivamente. Massa da mansa, voce longobarda appunto che stava a indicare un luogo atto alla coltura. Tale interpretazione è la più attendibile tra le varie etimologie sostenute da alcuni autori. Al nome di Massa fu unito l’aggettivo pubblica (938) a significare una massa demaniale, un agro pubblico, evidentemente uno di quelli che appartenevano allo stato sorrentino. L’attributo lubrensis, proprio dell’episcopato, sostituì quello di pubblica intorno al 1306. Lubrense, cioè della Lobra, (delubrum = tempio), chiesa cattedrale che sorgeva sulla spiaggia di Fontanella. Insieme all’aggettivo, la municipalità assunse a suo stemma la venerata immagine della Vergine della Lobra. Ordinariamente il nome di Massa senza aggettivi si riferisce a quello che era il casale della cattedrale, attualmente indicato come centro o capoluogo.

Massa Lubrense fece parte del Ducato di Sorrento con alterne fortune fino all’avvento del regno normanno. Iniziò la sua emancipazione sotto gli Svevi, costituendosi in civitas.

Nel 1273 i suoi cittadini, in maggioranza ghibellini, le procurarono la rappresaglia di Carlo D’Angiò, che reincorporò il territorio in quello di Sorrento.

Seguirono sconvolgenti e confuse vicende fino al 1465, anno in cui si verificò uno degli avvenimenti più tristi nella storia della nostra città: la distruzione del principale casale, quello dell’Annunziata, sede del Vescovo e dell’autorità civile, l’unico munito di torre e di mura, a opera di Ferrante d’Aragona, che vi aveva posto l’assedio per due anni accampato nella spianata antistante le falde settentrionali della collina.

Giovanna II di Durazzo vi soggiornò in uno splendido palazzo, sui resti del quale nel 1600 il gesuita Vincenzo Maggio innalzò l’imponente edificio del Collegio con annessa un’alta torre di difesa, detta comunemente il Torrione, importante opera di architettura delle fortificazioni e massimo monumento cittadino.

Durante il vicereame spagnolo, Massa Lubrense attraversò un periodo di travagliate vicende politiche nell’afflizione di una miserevole decadenza morale e civile. Per colmo di sventura, frequenti furono le invasioni di corsari turchi che nel 1558, dopo aver compiuto stragi orrende e saccheggi, portarono via come schiavi un migliaio e mezzo di persone, in piccola parte poi riscattate.

La minaccia che ininterrottamente veniva dal mare costrinse i massesi a erigere lungo la costa, a opportuna distanza, torri di avvistamento, dalle quali si potesse dare l’allarme all’avvicinarsi degli assalitori. Queste torri, quasi tutte ancora esistenti e più o meno in stato di discreta conservazione, rappresentano una caratteristica particolare del paesaggio. Nel 1656 la peste scoppiata a Napoli qualche anno prima dilagò anche nelle nostre contrade, facendovi moltissime vittime.

Finalmente, durante la dominazione borbonica anche Massa risentì del progresso dei tempi e all’antica civiltà contadina si affiancarono notevoli attività commerciali e artigiane. Mancando vie di comunicazioni terrestri, una cospicua flotta di grosse barche faceva rotta per la capitale e altri porti del Mediterraneo, con forte movimento di esportazione (prodotti agricoli, capi di bestiame, opere di artigianato) e di importazione (materie prime, generi di consumo). Il commercio con Napoli fu talmente intenso che un intero rione presso il molo di attracco fu chiamato Porta di Massa.

Alla Repubblica Partenopea i Massesi diedero un nobile contributo di uomini e di idee. Tre concittadini, Luigi Bozzaotra, Severo Caputo e Nicola Pacifico, impavidi campioni di libertà, scrissero il loro nome nell’albo dei martiri della repressione.

Nel 1808 Gioacchino Murat diresse da Massa le operazioni militari contro gli Inglesi che occupavano Capri. Non mancarono cospirazioni carbonare dopo il ritorno dei Borboni sul trono di Napoli, fino alla liberazione del Regno delle Due Sicilie, cui seguì l’Unità d’Italia.

L’apertura di cave di pietre (le più importanti quelle di Vitale e di Ieranto, oggi entrambe disattivate) attirò l’immigrazione nel nostro Comune di lavoratori provenienti dalla Sardegna, che senza eccessive difficoltà si inserirono nel contesto sociale massese diventandone parte integrante e assimilandone usi e costumi.

Durante la seconda guerra mondiale un gran numero di sfollati, specialmente da Napoli, che veniva duramente bombardata, si alloggiò nelle cosiddette case padronali, in mezzo ai poderi di cui essi stessi erano proprietari per aver i loro antenati, appartenenti alla ricca borghesia, preferito questa forma d’investimento. E dopo l’armistizio del 1943 decine di soldati sbandati, già in forza alle postazioni di difesa costiera delle Tore e di Reoia, trovarono asilo presso famiglie massesi disponibili a umana solidarietà. Molti di essi a guerra finita vi si accasarono e vi rimasero; altri tornarono ai luoghi di origine con le giovani spose.

Gli ultimi decenni sono storia recente di vita democratica e di sviluppo. L’economia agricola, nonostante la crisi del settore, rimane abbastanza florida, mentre la domanda turistica interna e internazionale è sufficientemente soddisfatta, grazie al potenziamento e al miglioramento delle strutture ricettive e delle reti di comunicazione. Il livello culturale delle giovani leve è in netto progressivo accrescimento.

Il tutto potrà consentire a Massa Lubrense di stare al passo con i tempi, nella scia delle sue tradizioni di operosità e di civile progresso.

Luigi Sigismondi

Il testo della storia di Massa Lubrense è tratto dallo Statuto Comunale.


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